Autore: mmuratori_admin

  • Karate e lingua giapponese

    Karate e lingua giapponese

    La lingua giapponese ha una scrittura di tipo pittografico. Fa uso di una combinazione di tre set di caratteri:

    • i kana che comprendono gli alfabeti sillabici hiragana e katakana
    • i kanji, ossia gli ideogrammi di origine cinese

    I kana (hiragana e katakana) sono “alfabeti sillabici” (o “alfabeti fonetici”) espressi in forma grafica: in pratica sono suoni (simili alle nostre sillabe) senza un significato effettivo.

    L’hiragana viene utilizzato per scrivere parole di origine giapponese (es.: こんばんは / konbanwa / buonasera – さようなら / sayōnara / arrivederci), particelle e desinenze verbali. Viene inoltre usato per insegnare ai bambini a leggere e a scrivere nella scuola primaria, prima che essi imparino a riconoscere i kanji. L’hiragana si usa anche sopra un kanji (in piccolo) per indicarne la pronuncia corretta: in questo caso si parla di furigana o yomigana.

    Il katakana viene usato per trascrivere prestiti stranieri e la pronuncia non è sempre fedele a quella della lingua originaria, poiché alcuni suoni non esistono nella lingua giapponese.
    Il katakana è usato, ad esempio, per trascrivere i nomi dei kata nei vecchi libri (o articoli) di Karate: ナイハンチ (Na-i-ha-n-chi), ジオン (Ji-o-n).
    È usato dai maestri giapponesi quando scrivono il nome dei praticanti occidentali sulla loro cintura (o karategi): アレッサンドロ (Alessandro), ヴァレンティナ (Valentina) ecc.
    In linea generale, i caratteri hiragana sono più tondeggianti, più morbidi, più “femminili”. I caratteri katakana sono più squadrati, più “maschili”.

    I kanji sono gli ideogrammi che il Giappone ha importato dalla Cina, il cui scopo è rappresentare per iscritto un concetto, un’intera parola o solo una parte di essa: sono evoluzioni di immagini. I kanji di uso comune sono 2.136, di cui 1.006 vengono appresi alla scuola primaria.
    Ad esempio, proviamo ad analizzare il termine Heian (tipico dei primi kata che si imparano), composto da due kanji: 平安.

    平 = PÍNG / hei / hira (questo kanji rappresenta un corso d’acqua che sfocia in uno stagno, da cui l’idea di “piatto” e “calmo”)

    L’evoluzione del kanji 平 / hei / hira

    安 = ĀN / an / yasu (questo kanji rappresenta una donna 女 protetta al di sotto di un tetto 宀, da cui il significato di “al sicuro”, “tranquillo”)

    L’evoluzione del kanji 安 / an / yasu

    Perciò, il concetto espresso da 平安 / Heian è “pace e tranquillità” o “stare al sicuro”.

    Per concludere questa brevissima introduzione, scriviamo una frase di esempio usando hiragana, katakana e kanji.

    私はビールを飲みます (watashi wa bīru o nomimasu) = io (私) bevo (飲みま す) una birra (ビール).

    Come si evince da questa semplice sentenza, nella lingua giapponese le frasi sono composte seguendo lo schema Soggetto-Oggetto-Verbo, il soggetto viene posto all’inizio della frase e il verbo alla fine, diversamente dall’italiano SVO.

    ROMANIZZAZIONE E PRONUNCIA

    È possibile trasformare i caratteri giapponesi in lettere dell’alfabeto romano (rōmaji) per rappresentare il suono delle parole. Esistono due sistemi principali di trascrizione rōmaji: il sistema Hepburn e il sistema Kunrei.
    Il sistema di traslitterazione Hepburn è il sistema di romanizzazione più comune e utilizzato a livello internazionale: esso prevede di pronunciare le vocali come in italiano e le consonanti come in inglese. Questa semplice regola permette di coprire gran parte delle casistiche e conviene averla sempre presente. Basta imparare poche regole per leggere correttamente tutti i termini comunemente usati nel Karate!

    VOCALI

    • Vi sono le cinque vocali classiche, elencate però in questo ordine: a, i, u, e, o (diversamente dall’italiano a, e, i, o, u).
    • Il macron ( ¯ ) sopra le vocali indica vocali lunghe (si pronunciano come fossero doppie; es: Shōtōkan si pronuncia Shootookan).
    • Un altro modo per indicarle è quello di scriverle doppie (ā = aa, ī = ii, ū = uu, ē = ee), a eccezione della ō che diventa ou (ō = ou); ad esempio jōdan si può scrivere anche joudan e si pronuncia comunque joodan.
    • La u non presenta problemi se posta a inizio parola, si pronuncia normalmente come in italiano (es: uke, ushiro, ura).
    • Se invece la u si trova in mezzo a due consonanti spesso “sparisce” nella pronuncia (in particolare con h, k, s, t; es: kōkutsu-dachi, shutō uke).
    • Quando la u è finale si pronuncia in parole che terminano in aru, iku, oku; sparisce in desu, masu ecc. (es.: arigatō gozaimasu, onegai shimasu).
    • Anche la i in mezzo a consonanti sparisce in parole come shita, deshita ecc. (es: arigatō gozaimashita).

    CONSONANTI

    • La y si pronuncia come la i di inverno (es.: yama).
    • La h iniziale va sempre aspirata: ha, hi, he, ho, hyo (es.: Heian, Hangetsu, hikite). In giapponese moderno non esistono parole che iniziano con il suono “hu”.
    • Il suono L non fa parte della fonologia giapponese e nemmeno il suono R (la R vibrante dell’italiano). C’è un unico suono intermedio, più vicino alla L, ma trascritto sempre come R (es.:yoko-geri, arigatō, gedan-barai).
    • La s è sempre sorda, come in sardina (es.: suriashi, sen no sen, soto uke).
    • La z è sempre sonora e si pronuncia come la s di rosa (es.: hiza, waza, zenkutsu).
    • La j corrisponde alla j di jolly, perciò ja, ji, ju, je, jo corrispondono all’italiano gia, gi, giu, ge, gio (es.: manji uke, jōdan, renoji-dachi, Jion).
    • La g va sempre pronunciata “dura” come in gatto (es.: karategi, gyaku, gedan, age uke, Gichin Funakoshi).
    • La sillaba tsu corrisponde a una z sorda seguita da una u come in zucca (es.: oi-tsuki).
    • Ch seguita da vocale equivale alla c di ciliegia; perciò cha, chi, chu, che, cho corrispondono all’italiano cia, ci, ciu, ce, cio (es.: Sanchin, chūdan).
    • Sh in sha, shi, shu, she, sho si legge come scia, sci, sciu, sce, scio in italiano (es.: shōmen si pronuncia scioomen; shoshinsha, ossia “il principiante”, si pronuncia scioscinscia).

    RENDAKU

    In termini composti da due parole può, talvolta, verificarsi il cosiddetto rendaku (連濁, “sonorizzazione consequenziale”), viene cioè sonorizzata la prima sillaba del secondo elemento di una parola composta. Alcuni esempi:

    • k → g: keri (calcio), yoko-geri (calcio laterale)
    • k → g: kamae (postura), manji-gamae (posizione a svastica)
    • k → g: kaeshi (ritorno o ribaltamento), nami-gaeshi (onda di ritorno), kote-gaeshi (capovolgere l’avambraccio)
    • t → d: tachikata (posizioni), heisoku-dachi (stare a piedi uniti)
    • h → b: hasami (presa), kani-basami (presa a chela di granchio)
    • h → b: harai (spazzata), gedan-barai (spazzata di livello basso)

    Il rendaku è una “spina nel fianco”, non sempre è facile capire quando avviene (o non avviene). Ad esempio, in Gankaku (岩鶴, “gru su una roccia”), così come in kiri-kaeshi, non avviene rendaku (cioè la prima k della seconda parola non diventa g).
    Prima di chiudere vi lascio con un consiglio non richiesto: non pronunciate mai “geri” da solo (o come prima parola), perché significa diarrea…

  • Karate, acqua e tradizione

    Karate, acqua e tradizione

    Nel Karate l’acqua non è solo un simbolo: è una guida. Tecnica, in primis, con un insegnamento molto chiaro: meglio evitare lo scontro diretto, forza contro forza e, invece, accogliere, deviare, fluire. Non a caso, ciò che spesso chiamiamo “parate” o “blocchi” in realtà, nella lingua giapponese, sono chiamati 受技 / uke waza: tecniche di ricezione. Ricevere e bloccare sono azioni opposte. Bloccare significa fermare, respingere; ricevere implica accogliere, lasciare entrare.

    Anche nella struttura stessa degli stili di Karate ritroviamo l’acqua come principio fondante. Il suffisso 流 / ryū, presente in tutti i grandi stili – Shōtōkan-ryū, Shitō-ryū, Wadō-ryū, Gōjū-ryū – significa “flusso”, “corrente”. Dentro questo ideogramma c’è il radicale dell’acqua (氵), tratto dal kanji completo 水 / mizu, sui. Ryū, lo stile, è quindi il canale attraverso cui un sapere marziale scorre e si trasmette. Senza flusso non c’è trasmissione.

    Ryūhi (龍樋), “condotto del drago”. È una famosa sorgente d’acqua situata proprio davanti all’ingresso del palazzo principale del castello di Shuri (sotto la porta Zuisenmon). L’acqua sgorga dalla bocca di una scultura in pietra a forma di drago (fatta realizzare in Cina nel 1523). Era l’acqua usata esclusivamente dalla famiglia reale delle Ryūkyū.

    Gichin Funakoshi, padre fondatore dello Shōtōkan-ryū, scrisse: “Il Karate è come l’acqua calda: occorre scaldarla costantemente o si raffredda”.
    Spesso questo principio viene ridotto alla semplice raccomandazione di praticare con costanza, ma forse il messaggio è più profondo. Forse Funakoshi parlava non tanto ai praticanti, quanto a coloro che si assumono l’impegno di ritrasmettere l’arte. Chi insegna Karate ha la responsabilità di mantenerlo vivo. Di rinnovarlo. Di nutrirlo con idee nuove, energia fresca e spirito vitale. Perché un’arte che non si rinnova, muore. Si spegne. Resta calda solo in apparenza, ma dentro è già fredda.

    A Okinawa esiste un antico detto: 水流れば清し / mizu nagareba kiyoshi — “L’acqua che scorre resta limpida”.
    Un monito potente, rivolto proprio a chi insegna. Solo il flusso garantisce la purezza. Solo il movimento evita la stagnazione. Il messaggio, ancora una volta, è lo stesso: custodire non significa congelare. Significa far vivere.
    Ma attenzione: l’acqua, per fluire, ha bisogno di argini. Per essere scaldata, ha bisogno di un recipiente. E questo contenitore è la tradizione.
    Un custode della tradizione deve essere quegli argini, quel vaso: non per imprigionare l’acqua, ma per indirizzarla. Senza forma, l’acqua si disperde, ma se la si comprime troppo, si ribella e tracima.

    Ecco allora il pericolo. Una tradizione che pretende di controllare tutto, che soffoca ogni cambiamento per paura o attaccamento, non protegge il Karate: lo condanna.
    L’ego, gli interessi personali, la gelosia, i rancori, cieche fedeltà e sterili dogmi imposti dall’alto: sono questi gli argini che non contengono, ma che distruggono.

    Custodire davvero significa lasciar fluire. Significa sapere quando guidare e quando lasciare andare. Solo così il Karate può restare vivo. Come l’acqua in continuo movimento.

  • Le proiezioni nel Karate

    Le proiezioni nel Karate

    Nell’immaginario collettivo contemporaneo, il Karate è quasi universalmente identificato come l’arte percussiva per eccellenza: posture geometriche, parate scolpite, pugni diretti e calci spettacolari. Anche la veste sportiva moderna, con gare focalizzate sul tempismo del tocco o sulla precisione formale dei kata, ha contribuito a consolidare l’idea che il Karate si esaurisca nello scambio a media e lunga distanza.

    Tuttavia, risalendo alle radici storiche di questa disciplina, il quadro che emerge è molto più ampio, pragmatico e sfaccettato. Il Karate tradizionale non è nato come un sistema unicamente percussivo, bensì come un metodo di difesa personale completo, in cui le leve articolari, il combattimento ravvicinato e le tecniche di proiezione (nage-waza) ricoprivano un ruolo di primissimo piano.

    Un’istantanea dal 1935: l’università di Waseda.

    Una delle testimonianze visive più affascinanti di questa ricchezza tecnica è una fotografia scattata nel 1935 presso il club di Karate dell’università di Waseda, a Tōkyō.
    L’immagine ritrae un momento di allenamento collettivo. All’estrema sinistra il maestro Gichin Funakoshi, al centro della sala un praticante subisce una spettacolare proiezione per sollevamento sulle spalle (kata-guruma); a destra due allievi sono impegnati in tecniche di controllo a terra (ne-waza) sotto lo sguardo attento di Gigō (Yoshitaka) Funakoshi, il talentuoso terzogenito del maestro.

    La scena rivela chiaramente come, negli anni trenta, lo studio della lotta corpo a corpo, delle cadute e del controllo al suolo fosse parte integrante della pratica marziale.

    L’insegnamento di Funakoshi e la metafora della tessitura.

    Proprio nel 1935, Funakoshi pubblicò la sua opera cardine, Karate-Dō Kyōhan. In quelle pagine spiegava con estrema chiarezza il legame tra tecniche percussive e proiezioni:

    « In origine, durezza e morbidezza erano una cosa sola. Questo è il motivo per cui il Karate non consiste solo in tecniche percussive come pugni, calci e spinte, ma anche in tecniche di proiezione e manipolazione articolare [ 逆手 / gyaku-te ]. Esistono molti modi e varianti per eseguire le proiezioni e le gyaku-te. A beneficio dei principianti, ne mostrerò solo una parte e fornirò alcune illustrazioni con una breve descrizione come riferimento. Se prenderete questo come punto di partenza e studierete i kata basilari [ usando tali esempi come 緯 / trama orizzontale e i 基本型 / kihon-gata come 經 / trama verticale ], raggiungerete uno stato in cui potrete ricevere [ 受け / uke ], proiettare [ 投げ / nage ] e sconfiggere [ 倒し / taoshi ] l’avversario senza alcun sforzo cosciente »

    L’immagine poetica scelta da Funakoshi poggia su due kanji ricchi di significato:

    • 經 / Kei (ordito o filo verticale): nel telaio tradizionale rappresenta i fili stesi per il lungo, la base fissa e portante. Non a caso, questo stesso carattere compare in parole che indicano i “classici” o i testi fondamentali (come i sutra). Nel Karate, i kihon-gata (le forme fondamentali) rappresentano la struttura immutabile, l’asse portante della disciplina.
    • 緯 / I (trama o filo orizzontale): è il filo laterale che attraversa l’ordito da una parte all’altra, collegando i punti e conferendo spessore al tessuto. Rappresenta l’applicazione pratica, l’adattabilità, l’eccezione e il movimento contingente: proprio ciò che incarnano le proiezioni e le leve articolari.

    I tre pilastri di ogni proiezione

    L’efficacia di un atterramento non dipende dal sollevamento di un peso con la forza bruta, ma dall’applicazione rigorosa di tre principi dinamici:

    • 崩し / Kuzushi (rottura dell’equilibrio). È il pre-requisito indispensabile: tentare una tecnica su un avversario ben radicato porta raramente a un buon esito. Il kuzushi si ottiene tirando, spingendo o imprimendo torsioni al baricentro altrui. Nel Karate, una peculiarità consiste nell’uso degli atemi (percussioni preparatorie): un colpo improvviso a mano aperta, un pestone al piede o un colpo al tronco possono non avere l’intento di mettere fuori combattimento, ma saturano la reattività neuromuscolare dell’avversario. Nel momento in cui la sua attenzione si sposta per “digerire” il colpo, la postura cede e l’equilibrio è compromesso.
    • 作り / Tsukuri (entrata preparatoria). Una volta creato lo sbilanciamento, occorre colmare la distanza. Significa avanzare all’interno del baricentro dell’altro, posizionando il proprio centro di gravità sotto il suo asse compromesso. È la fase che richiede più sensibilità e tempismo: entrando nella guardia avversaria ci si espone momentaneamente, ed è essenziale farlo quando la postura altrui è già invalidata.
    • 掛け / Kake (esecuzione). È il culmine della tecnica. Se i due passaggi precedenti sono stati eseguiti con il giusto tempismo, la proiezione non richiede uno sforzo muscolare esagerato: la persona cade quasi naturalmente assecondando la rotazione e la gravità.

    Riscoprire la tela intera

    Nei movimenti dei kata classici si celano spesso squilibri d’anca, agganci alle gambe e torsioni articolari. Riscoprire le nage-waza nel Karate non significa snaturarlo o “prendere in prestito” da altre discipline, ma semplicemente riannodare l’ordito alla trama, restituendo a questa splendida arte marziale l’integrità e la profondità con cui i maestri l’avevano sempre concepita.